vino salento

Di mare, di luce e di roccia: l’archeologo dei sapori racconta il vino del Salento

“We’re passionately, profoundly, even pathologically pugliese.” Questo il motto di
The Awaiting Table, la scuola di cucina che dal 2003 a Lecce, nel cuore del Salento, tiene corsi su cibo locale, vino e cultura a studenti provenienti da 52 paesi diversi, regalando un percorso davvero unico alla scoperta di quella parte del mondo che amano di più.

Silvestro Silvestori, “archeologo dei sapori” e uno dei responsabili della scuola, sta realizzando una serie di video davvero eccezionali – in lingua inglese, saranno 24 in tutto – che avranno lo scopo non solo di promuovere sul social visuale per eccellenza le attività della scuola, ma anche di dare alcune “pillole” di cultura salentina (enogastronomica e non solo).
Il primo è una piccola e gustosa – è proprio il caso di dirlo – lezione che incrocia la geografia e la cucina del Salento (che nessuno sa dove finisca e dove inizi il “resto” della Puglia), mentre il terzo è un approccio ai grandi vini del Tacco d’Italia da un punto di vista davvero curioso: la geologia.

L’intero Salento, ci racconta magistralmente Silvestori, poggia su uno strato di roccia sedimentaria costituita da milioni di esseri marini: bivalvi, gasteropodi, cefalopodi e coralli, deceduti da milioni di anni, e la famosa “terra rossa del Salento” è ciò che resta dopo la rottura della pietra leccese. Giallo della pietra per far risplendere il Barocco, e rosso della terra per regalare l’impronta inconfondibile ai vigneti locali.
“Il vino salentino – chiosa l’archeologo dei sapori – è il risultato della compressione della luce del sole e dell’acqua del mare”

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